«Ninino Leone, amico delicato e gentile e dalla schiena dritta»
Serata spontanea all’Associazione Liberali Piacentini
in ricordo di Ernesto Leone

Un’altra serata spontanea – come quella del 4 aprile di sei anni fa in memoria di Vito Neri – quella che si è tenuta ieri, martedì 23 giugno, nella sede dei Liberali Piacentini di via Cittadella per ricordare Ernesto (Ninino) Leone a un mese dalla morte. Alcuni amici hanno reso omaggio al giornalista, al liberale, all’uomo (dalla schiena dritta, merce rara), presenti le figlie Marcella e Tea.
Il presidente dell’Associazione Antonino Coppolino (che ha testimoniato di aver incontrato Leone per la prima volta negli Anni ’80 «quando, giovane praticante dello studio Sforza, andavo a registrare la trasmissione a Telelibertà “L’avvocato con voi”» e di averlo conosciuto meglio successivamente, grazie al comune amico Vito Neri) ha scusato l’assenza di Corrado Sforza Fogliani, impegnato a Roma in un’audizione parlamentare, leggendone il ricordo – messo per iscritto – di quello che considerava uno degli amici più cari. «L’ho conosciuto quando era Ninino, e basta – racconta l’avv. Sforza -. Lo chiamavano così anche i cugini Ernesto Prati, il direttore, e suo fratello Marcello, il direttore amministrativo. Cominciai a frequentare Libertà che avevo ancora i calzoni corti. La redazione era stata appena rimessa a nuovo. Nel corridoio alla sinistra, appena varcato il portone d’ingresso, prima dell’ufficio di Marcello, c’era l’ufficio di Ninino con Scaramuzza, spesso però ci vedevo anche Vito Neri e – poi – Nello Bagarotti, entrambi compianti. Gli ambienti dei giornali sono sempre stati bohemien e tale era dunque anche quell’ufficio di Libertà dov’era Ninino e dove in molti, spesso, si ritrovavano a chiacchierare, e a far battute. Faceva battute salaci anche Ninino, argute soprattutto, e la sua delicatezza non l’aveva nessuno: faceva una battuta e quasi si scusava di averla fatta. Era un suo segno caratteristico, particolare. Il rispetto della persona, perfin esagerato: è sempre stata la sua linea di condotta, e di principio. Anche quando assunse la direzione del giornale, a coprire l’ultimo pezzo della vecchia Libertà».
«Ricordo – conclude l’avv. Sforza – la notte del centenario, la notte del 26 gennaio 1983. Arrivò in tipografia la prima copia, era già il mattino del 27, e così è datata la copia famosa, dal titolo in prima pagina, a testata piena “Compio cento anni” (dettato da Ernesto, ma sono sempre stato convinto che ci sia stato di mezzo – per quel titolo – anche Ninino, era da lui, sbarazzino). In quella festa di tutti, tutti insieme, Ernesto firmava e firmava “le copie del centenario”. Quando ebbi la mia, andai da Ninino, gli chiesi di firmarla anche lui, ma non accettò. Mi disse che il Direttore rappresentava tutti».
Francesco Mastrantonio ha quindi ripercorso le tappe della grande amicizia che lo univa a Ernesto Leone, delineandone – attraverso il racconto di aneddoti, spesso divertenti – la figura di giornalista («rigoroso, con il piglio del direttore»), di rotariano («stare a tavola con lui era piacevolissimo»), di amico («lo accompagnavo spesso a casa e mi raccontava tante cose: degli anni giovanili, quando girò l’Europa in autostop; dell’amicizia con Vito Neri, Umberto Moizo, Vittorio Coppellotti. Per me è stato un piacere essergli stato amico»).
«Un uomo di gran cuore – ha osservato Maria Antonietta De Micheli – di una gentilezza d’altri tempi, che sapeva gratificare una donna anche con un mazzo di fiori. Teneva molto alla famiglia; legatissimo alla moglie, venne segnato dalla sua scomparsa».
Carlo Giarelli ha spiegato di aver conosciuto bene Ninino grazie a Vito Neri, che gli raccontava tutto di lui. «Era un uomo intellettualmente colto, con il dono dell’autoironia e dell’umiltà. Un giorno mi disse che dovevo fare il giornalista!».
Emanuele Galba ha infine ricordato la figura del Leone giornalista. «Mi ha insegnato la precisione, il rigore e il culto della chiarezza quando si scrive su un giornale e quando si fa un titolo», ha detto Galba mostrando il primo titolo (di una terza pagina) che sottopose, appena assunto, al caporedattore Leone: “Veano, la prigione della libertà”. «Gli piacque, ma c’era la parola libertà, che era anche il nome del giornale. Ci pensò su parecchio, poi diede il via libera e per me fu una grande soddisfazione perché non era facile avere la sua approvazione, tanto era scrupoloso nel confezionare il giornale». Galba ha quindi citato l’esperienza de La Cronaca, «con le formidabili lezioni di giornalismo che Vito e Ninino involontariamente offrivano nel mio ufficio, quando si confrontavano correggendo pagine con pubblicati loro articoli».
«Ernesto Leone – ha concluso il presidente Coppolino – ha rappresentato qualcosa di importante per Piacenza e la nostra associazione farà di tutto affinché il suo ricordo rimanga vivo».

Comunicato Confedilizia Piacenza: ”Emergenza Coronavirus, la Confedilizia ha chiesto al Consorzio di bonifica di sgravare i proprietari dai contributi per il 2020”

Ci ha lasciato Pietro Amani,

l’ultimo dei piacentini che è sopravvissuto al gulag russo di Karaganda in Kazakistan, peraltro oggetto di una visita da parte di alcuni amici dell’Associazione dei Liberali piacentini.
Gulag in cui vennero internati nel 1942, da parte dei soldati di Stalin, anche gli italiani che vivevano da diversi anni in Crimea.

In quel luogo sono rimaste solamente le fosse comuni, mentre gli edifici del gulag vennero abilmente distrutti dai sovietici al termine della seconda guerra mondiale.

Per ricordare quei tragici momenti, vissuti anche dal nostro Amani, è stato realizzato a Karaganda un Museo dell’occupazione sovietica in un edificio allora utilizzato dagli ufficiali sovietici, oggi visitabile.

La terribile esperienza di Amani è stata ricostruita grazie alla Banca di Piacenza che pubblicò il suo Diario di prigionia in cui, soldato dell’ARMIR e catturato dai sovietici, venne internato in quel gulag per tre lunghi anni, in cui venne sottoposto a terrificanti momenti, nel gelo della steppa, come trasferimenti su carri bestiame, lavoro coatto, malattie, malnutrizione.

Una verità nascosta per troppo tempo. Per i gulag non c’è stato il processo di Norimberga per i dirigenti comunisti responsabili, e per molto tempo, prima che si sapesse dei corpi sepolti in quella steppa del Kazakistan di Karaganda e dei tanti gulag sparsi nell’Unione Sovietica.

Una realtà tanto sconosciuta, che perfino Hollywood non ha ancora prodotto un solo film sui gulag. E ce ne sarebbero di storie da raccontare, come quella di Pietro Amani.

«Città aperta e non chiusa al traffico per cacciare la desertificazione
del centro storico e il soffocamento delle attività economiche»

Presentate le innovative linee guida dei Liberali Piacentini per studiare un Piano traffico
che sappia far convivere la salute con la rinascita di Piacenza. Ispirarsi al modello Milano

Far convivere la salute con la rinascita della città e del suo centro storico in particolare. Le proposte sul come riuscirci sono state presentate dai Liberali Piacentini nel corso di un affollato incontro, nella sede di via Cittadella, che ha visto la partecipazione di diversi consiglieri comunali (Antonio Levoni, Mauro Monti, Nelio Pavesi, Andrea Pugni, Massimo Trespidi), dell’amministratore unico di Piacenza Expo Giuseppe Cavalli, del presidente dell’Unione Commercianti Raffaele Chiappa e del direttore della Confesercenti Fausto Arzani.
Dopo una rapida disamina del contenuto del Pums (Piano urbano della mobilità sostenibile) già adottato dalla Giunta comunale di Piacenza e che prevede un allargamento della Zona a traffico limitato, compiuta dal presidente dell’Associazione Antonino Coppolino, l’attenzione si è spostata sul documento dei Liberali (distribuito a tutti gli intervenuti) che – ha spiegato l’avv. Corrado Sforza Fogliani – non è un piano ma linee guida aventi lo scopo di studiare un piano del traffico ispirato da una filosofia di fondo completamente nuova rispetto ai precedenti, Pums compreso: quella di non mortificare il centro e di aprire (non, di chiudere) la città. «Ad una revisione della circolazione che non ha anima – ha sottolineato l’avv. Sforza, che in premessa aveva fatto notare come nessuno, giornali online a parte, avesse ancora scritto che le osservazioni (solo nell’interesse pubblico) al Pums vanno presentate entro il 4 aprile, data a cui si arriva dopo un complesso calcolo – si oppone una visione nuova, che supera l’antiquata concezione basata su un’isola pedonale per caratterizzarsi invece sulla base di vie di scorrimento. Il nostro convincimento – ha aggiunto – è che il centro vada rivitalizzato attraverso, anzitutto, vie di penetrazione (e vie di penetrazione e ritorno). C’è un impianto fondamentale che va varato, completamente innovando le scelte che ci hanno portato alla situazione attuale».
L’impianto al quale pensano i Liberali è basato su due parallele (ad esempio via Taverna, via Garibaldi, via Sant’Antonino e via Scalabrini da un lato; via Roma e via Borghetto (ispirandosi al decumano, l’asse est-ovest della città disegnata dai romani) dall’altro (questo non esclude, per la prima delle due direttrici, di considerare anche viale Malta e lo Stradone Farnese), a senso unico – da individuarsi l’uno contrario dell’altro – con spazi di sosta temporanei nelle zone in cui ciò sia possibile e venga consentito. A questo fondamentale impianto viario potrebbero essere aggiunte vie di penetrazione e ritorno (ad esempio via Giordani-via Scalabrini, in questo senso unico o viceversa), mentre aree di parcheggio, più o meno delimitate, dovranno alimentare il concetto dell’apertura (non, della chiusura) della città. Seguendo questa logica Piazza Cittadella (per la quale l’attuale Amministrazione ha condiviso la soluzione del garage interrato) nel disegno liberale andrebbe in parte destinata a parcheggio a cielo aperto, con la stessa piazza che potrebbe assumere il ruolo di “trampolino di lancio” verso Piazza Cavalli attraverso una via Cittadella ulteriormente rinnovata e valorizzata nell’arredo urbano, come direttissima per raggiungere il centro («evitando a chi arriva a Piacenza il passaggio davanti all’obbrobrio del Carmine»). L’Associazione intitolata a Luigi Einaudi ha idee anche su Piazza Cavalli: va mantenuto l’attuale impianto a raggiera caratterizzato da vie di percorrenza dalla Piazza stessa verso l’esterno, a servizio dei mezzi di soccorso, così che la nostra maggiore piazza abbia i requisiti, anche sotto questo profilo, per diventare un centro di attrazione di persone, peraltro facilmente sgombrabile in tutti i sensi che i mezzi e le persone potrebbero percorrere.
«Questa concezione innovativa – ha proseguito l’avv. Sforza – supera quella finora seguita, a partire dall’impostazione iniziale di un’isola centrale chiusa, sulla quale la revisione attualmente adottata col Pums palesemente si innesta, con pochi ritocchi (allargamento della zona pedonale in specifici punti) così come supera la stessa, vetusta mentalità del divieto». Il documento liberale non esclude la possibilità di un eventuale allargamento delle zone a traffico limitato o pedonalizzate «perché le stesse – vi si legge – non verrebbero più a costituire un ingombro alle attività che vitalizzano il centro, sebbene un elemento collaborativo, anziché di disturbo, nella valorizzazione del centro storico». Piacenza, a giudizio dei Liberali, deve arrivare ad una circolazione che si ispiri al modello Milano e quindi ad un impianto che si caratterizzi per «un’armonica convivenza di zone pedonalizzate e di zone di facile e prossimo accesso pedonale».
«Se in questo e in altri dibattiti – ha precisato l’avv. Sforza – si arriverà alla conclusione che le nostre idee non stanno in piedi, si eviteranno altre discussioni. L’importante è che ci sia un confronto aperto, alla luce del sole, senza pregiudiziali massimaliste. Se invece queste linee guida saranno a giudizio di qualcuno meritevoli di considerazione, l’innovativa visione proposta si aprirà al futuro della città così che la comunità possa di essa riappropriarsi cacciando la desertificazione ed il soffocamento delle attività commerciali, artigianali e professionali come finora avvenuto, con il rischio di avere in centro come tipologia edilizia dominante, quella dei garage. La concezione che è la base di questa proposta, se completata con modifiche, correzioni e nuove direttrici di marcia che ne rispettino la visione di fondo, potrà evitare che il nuovo Piano traffico possa risolversi nella sola realizzazione di nuove aree pedonali, a mo’ di rappezzo».
Nel dibattito che è seguito, il direttore di Confesercenti Fausto Arzani ha espresso apprezzamento per un documento «che ci ha colpito perché innovativo come modo di porsi», giudicando «fondamentale» l’accesso al centro storico e auspicando «di poter contribuire a migliorare questa proposta, anche perché non si capisce quali tipi di vantaggi possa portare il Pums». Tra i diversi giudizi positivi espressi, da registrare quelli di Carlo Giarelli («linee guida pienamente condivisibili, occorre solo, in aggiunta, prevedere aree verdi in prossimità del centro»), Filiberto Putzu («idea interessante e innovativa che passa dalla mobilità circolare a quella verticale/orizzontale») Carlo Ponzini («bene impostare un sistema a maglie flessibili e molto bello che ci si ispiri al modello storico che ha governato la costruzione della città»).

Foto Alessandro Bersani

«Le sardine sono illiberali e violente, maquillage di una sinistra
che si sente superiore e vuol togliere spazi di libertà all’opposizione»

Il vicedirettore de La Verità Francesco Borgonovo
ospite dei Liberali Piacentini
per presentare il suo ultimo libro,
che denuncia i vecchi vizi dei progressisti nostrani

«Le sardine sono la faccia pulita, ma dietro nascondono il mostro: una deriva liberticida che fa spavento in un Paese, il nostro, dove sta venendo meno un bel pezzo di libertà». E’ come sempre lucido e diretto nelle sue analisi il vicedirettore de La Verità Francesco Borgonovo, ospite dell’Associazione dei Liberali Piacentini per presentare la sua ultima fatica editoriale (“Contro l’onda che sale”, con eloquente sottotitolo: “Perché le sardine e gli altri pesci lessi della sinistra sono un bluff”). Introdotto dal presidente dell’Associazione Antonino Coppolino, il giornalista emiliano – che al termine dell’incontro ha partecipato alla trasmissione de La7 “Otto e mezzo” di Lilli Gruber, collegato dalla sede liberale di via Cittadella, per discutere del voto del Senato che ha mandato a processo Salvini per il caso della nave Gregoretti («terrificante che il potere giudiziario decida su questioni politiche», la sua valutazione) – ha definito «profondamente illiberale e violenta» l’azione delle sardine. «Neanche in Cina – ha aggiunto – si va in piazza contro l’opposizione. In questo caso si volevano togliere le piazze al centrodestra e questo, lo ripeto qui in questa sede storica dove si respira vero liberalismo, è illiberale».
Borgonovo ha quindi spiegato che il suo più che un libro sulle sardine («che non spariranno subito perché servono ancora per le elezioni regionali in Toscana, Campania e Puglia») è un testo sulla sinistra italiana «che ha l’antico vizio di dover ciclicamente fare maquillage: oggi si chiama sardine, in precedenza abbiamo avuto i girotondi, il popolo viola e via elencando. Dopodiché dietro ci sono sempre gli stessi, quelli che fondano la loro linea politica su una sorta di superiorità morale, secondo la quale chi non vota a sinistra è scemo. Le sardine sono dunque la faccia pulita di gente che è lì da anni. Dopo di loro, arriverà un altro movimento, ma il giochino è sempre lo stesso».
“Da sempre la sinistra italica – si legge nel libro del vicedirettore de La Verità – si considera migliore della destra. Ma da quando il centrodestra è stato sostituito da forze sovraniste antisistema che hanno cominciato a riscuotere un largo consenso, la reazione dei progressisti e più in generale dei liberal si è fatta via via più violenta e rancorosa”. E l’autore porta due esempi. Quello del prof. Gilberto Corbellini, direttore di un Dipartimento del Cnr, quindi dipendente pubblico, che nel 2018 si è distinto per aver suggerito di somministrare un ormone chiamato ossitocina ai sovranisti per renderli più favorevoli all’accoglienza; lo stesso Corbellini ha anche dichiarato che a far crescere i consensi dei partiti di destra è il fatto che l’80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. E quello di Massimo Recalcati, psicoanalista, firma di Repubblica e conduttore di Rai 3, che in un’intervista a Radio Capital ha definito il sovranismo una patologia psichiatrica, «robe da regime dell’Unione Sovietica». Il passaggio successivo è quello di considerare malato di mente chi si ostina a non votare a sinistra.
Francesco Borgonovo ha spiegato che le sardine sembrano volersi collocare in questa nobile tradizione, con il loro potente desiderio di zittire tutti gli oppositori, di identificarli come moralmente inferiori. Magari lo fanno in modo più elegante, ma sostanzialmente dicono: voi non avete diritto ad essere ascoltati. «Con questa nuova sinistra – ha commentato l’autore – c’è da rimpiangere il Pci».
Un’ultima osservazione il giornalista de La Verità l’ha riservata alla Commissione Segre, istituita per combattere l’odio: «Fanno la guerra contro l’odio – ha concluso – dimenticando che si puniscono le azioni, non i sentimenti. Io ho diritto a odiare chi mi pare, l’importante è che non faccia seguire, al mio sentimento, un’azione illecita. Ma fare la guerra all’odio è come farla all’amore».

Foto Alessandro Bersani

Genocidio armeno e tragedia dimenticata degli italiani di Crimea
ricordati dai Liberali a Nibbiano nel Giorno della Memoria

L’Associazione dei Liberali Piacentini Luigi Einaudi ha ricordato per il terzo anno consecutivo (il giorno successivo alla conclusione del Festival della cultura della libertà) il genocidio armeno e la “tragedia dimenticata” della deportazione degli italiani della Crimea nei gulag sovietici in Kazakhistan, avvenuta la notte del 29 gennaio 1942. Dopo Bobbio e Lugagnano, quest’anno una rappresentanza dell’Associazione Liberali si è recata a Nibbiano (Comune Alta Val Tidone), accolta dal sindaco Franco Albertini, dall’assessore Giovanni Dotti, dal presidente dell’Associazione “La Valtidone” Valentino Matti e dal titolare della filiale della Banca di Piacenza Lorenzo Bersani, che hanno accompagnato la delegazione (tra i presenti, l’avv. Corrado Sforza Fogliani e il vicepresidente dell’Associazione dott. Carlo Giarelli) tra le vie dell’accogliente borgo.
Nella chiesa parrocchiale di San Pietro don Giuseppe Bertuzzi, coadiuvato da don Sergio Sebastiani, ha celebrato la messa in suffragio delle vittime di genocidi. «Oggi 27 gennaio – ha spiegato don Giuseppe – è il Giorno della Memoria a 75 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz; ed è significativo che si ricordino anche altri stermini: nel 1915-1916 in Armenia si consumò il primo genocidio del XX secolo con un milione e mezzo di morti; la nostra comunità di Crimea, che lì si era insediata nell’800 proveniente soprattutto dalla Puglia, fu invece deportata nel 1942 nei campi di lavoro sovietici solo per il fatto di essere italiani, quindi alleati della Germania di Hitler. Tornarono in pochissimi. Oggi è doveroso ricordare e pregare per tutte le vittime innocenti. Grazie per aver scelto questa chiesa».
La giornata si è conclusa con un momento conviviale all’agriturismo La Pobiella di Trevozzo.

«Questo Festival sia un corroborante per farci raggiungere
il grande obiettivo sociale dell’uguaglianza dei punti di partenza»

Si è concluso il Festival della libertà a Palazzo Galli con gli acuti
di Marcello Pera, Francesco Forte e Corrado Sforza Fogliani.
Prossima edizione il 30 e 31 gennaio 2021

«Gli aironi stilizzati del Festival della cultura della libertà torneranno a volare su Piacenza e su Palazzo Galli sabato 30 e domenica 31 gennaio 2021». Ad annunciarlo Corrado Sforza Fogliani, che ha concluso i lavori della quarta edizione di una manifestazione «che – ha sottolineato – come portatori del pensiero liberale ci deve corroborare in questi tempi tristi per assolvere a un compito: dare seguito al pensiero di Einaudi, vale a dire raggiungere l’importantissimo traguardo dell’uguaglianza dei punti di partenza, la più grande rivoluzione sociale che si possa realizzare». Parlando del tema del Festival (organizzato dall’Associazione dei Liberali Piacentini in collaborazione con Confedilizia, Il Foglio, il Giornale ed European students for liberty), l’avv. Sforza ha osservato che «la proprietà si trova nella condizione di dover rivendicare la propria funzione – morale, politica e intellettuale – in quanto il diritto ad essa è stato svuotato, come richiamato nel titolo del Festival, da tasse, regolamenti, espropri. La proprietà assicura la nostra indipendenza, è un baluardo che evita la concentrazione del potere ed è insopprimibile. E’ stato giustamente sottolineato da qualche relatore che la proprietà pubblica è una finzione; esiste invece quella di fatto, nelle mani della classe burocratica che governa i vari Stati. L’Italia è governata dal socialismo reale, con la conseguenza che i giovani fuggono all’estero, c’è poca fiducia nel futuro, crolla il tasso di natalità. Oggi lo Stato – ha concluso – crea problemi ai cittadini per salvare se stesso, è un ingombro che non regge più, un moloch che ci fa rimpiangere il Medioevo con il pluralismo degli ordinamenti giuridici. Speriamo che anche da noi, come è avvenuto negli Stati Uniti, prendano piede le comunità volontarie».
Gli altri acuti della seconda giornata del Festival sono venuti da Marcello Pera e Francesco Forte. L’ex presidente del Senato – protagonista della sessione plenaria, introdotto dal presidente dell’Associazione Liberali Antonino Coppolino – ha proposto una riflessione sullo stato attuale, in Italia, della dottrina liberale. «Un aspetto interessante – ha esordito il prof Pera – è il rapporto tra liberalismo e capitalismo, concetti che non coincidono. Einaudi sosteneva che il sistema capitalistico può degenerare in situazioni che sminuiscono il ruolo della libertà privata, se il libero mercato è lasciato a sé. Il liberalismo ha bisogno di un sistema capitalistico corretto; il laissez faire non è proprio compatibile con il sistema liberale, occorrono regole. Ma quali applicare al mercato affinché lo Stato liberale attecchisca?». E qui, a parere dell’illustre relatore, cominciano i problemi, perché le regole giuridico-politiche non sono sufficienti, ci vogliono anche quelle morali («la libertà richiede virtù e non vizi»), essendo di tutta evidenza che se la società sviluppasse valori degeneri, non sarebbe moralmente compatibile con lo Stato liberale. «Allora – ha proseguito il prof. Pera – dobbiamo coltivare regole di convivenza civile virtuose, se vogliamo lo Stato liberale. Ma chi le detta?». A questo punto, per l’ex presidente del Senato la questione si fa ancora più seria. La prima risposta – lo Stato – è sbagliata, perché per un liberale quest’ultimo non può essere etico e non deve perseguire i vizi, a meno che diventino reati. «La seconda soluzione prevede che sia la società a selezionare da sé e spontaneamente le norme morali, che diventano tradizioni e formano l’etica di un popolo, con il confronto tra vizi e virtù. Il problema è che non c’è nessuna garanzia che ci si indirizzi verso il virtuoso».
«Visto che siamo alla ricerca di un’etica – ha invitato alla riflessione il prof. Pera – potremmo ipotizzare che garante ultimo delle virtù sia la religione, con regole che fanno parte della tradizione del Cristianesimo. Una soluzione non facile (i liberali per ragioni storiche sono poco affini alla religione e vado a legare il liberalismo al Cristianesimo in un momento di scarso entusiasmo religioso), ma stimolante (tra liberalismo e cristianesimo ci sono valori comuni: che l’individuo venga prima dello Stato, è infatti una soluzione cristiana)». Marcello Pera ha così concluso: «Si può sperare di far trionfare l’idea liberale trascurando la dimensione religiosa? La domanda mi affanna da quasi 20 anni».
Francesco Forte è intervenuto nell’ultima sessione del Festival che – moderata dal giornalista Emanuele Galba – ha affrontato il tema “Proprietà, giustizia, socialità”. «Il punto di arrivo nel porto sicuro – ha esemplificato il prof. Forte – è il diritto di proprietà, senza il quale non si garantisce libertà, che a sua volta è garante di giustizia e socialità». Quello della proprietà immobiliare è, per l’insigne economista, un diritto quasi naturale, che comprende il concetto di habitat e riguarda anche vegetali e animali. «L’uomo, a differenza degli animali, ha capacità creativa e ciò che differenzia il nido dalla proprietà immobiliare umana è proprio la creatività». Ma mentre il nido – per ora – sfugge al Fisco, la proprietà umana subisce quella che il prof. Forte ha definito «l’imposta peggiore». Lo studioso ha quindi proposto una tavola statistica sulla pressione fiscale nei Paesi Ocse (divisi in cinque categorie: ad alta, medio-alta, media, medio-bassa, bassa pressione fiscale), dimostrando che c’è un circolo virtuoso tra bassa pressione fiscale, libertà e crescita del Pil. Gli Stati che applicano un Fisco equo, hanno i più alti livelli di crescita (come la Germania) e viceversa (pressione fiscale alta, Pil basso, come l’Italia, fanalino di coda dell’Europa).
Il professor Forte ha sottolineato come sia stato particolarmente significativo che si sia discusso di proprietà e sviluppo capitalistico a Piacenza, dove si è sviluppata la più antica e importante forma di banca del mondo, la Fiera del cambio. Un passaggio che non è sfuggito a Corrado Sforza Fogliani, che ha ringraziato l’economista «di questa sua immensa cultura» che gli ha consentito di citare un particolare che pochi conoscono. A Piacenza, crocevia dei percorsi dei pellegrini per raggiungere Roma, nacque infatti il primo cambia valute, in piazza Borgo (nelle vicinanze sorgeranno, a seguire, il monte dei pegni e la Cassa di risparmio). E i piacentini, da pellegrini e mercanti, si trasformarono in banchieri. «Oggi nel nostro piccolo – ha affermato il presidente Sforza – con la Banca di Piacenza cerchiamo di continuare questa tradizione, segnalandoci a livello nazionale per la nostra solidità».
Per ragioni di spazio, si rimanda ad un successivo articolo altri aspetti della seconda giornata del Festival.

Foto Alessandro Bersani

AL FESTIVAL DELLA LIBERTA’ IL RACCONTO DEL
GIORNALISTA PIACENTINO
CHE HA SCOPERTO I RESTI
DI UN GULAG NEL POSTO PIU’ FREDDO DEL MONDO

Luigi De Biase (TG5) ha mostrato per la prima volta in pubblico alcune immagini del documentario che sta realizzando in Yakutia (Siberia). Recuperato un documento inedito (del 1944) con i disegni tecnici degli edifici che costituivano il villaggio-prigione nascosto nella tundra e individuato grazie a un drone

Non si è parlato solamente dello stato di salute (pessimo) del diritto di proprietà in Italia, alla quarta edizione del Festival della cultura della libertà che si è svolta a Palazzo Galli per iniziativa dell’Associazione dei Liberali Piacentini in collaborazione con Confedilizia, Il Foglio, il Giornale ed European students for liberty. L’ultima delle dieci sessioni nelle quali si è articolata la manifestazione, ha infatti ospitato il giornalista del TG 5 Luigi De Biase, (piacentino, inizio della carriera alla Cronaca di Piacenza, proseguita al Corriere Canadese di Toronto, poi al Foglio – che lo manda spesso come inviato nei Paesi dell’ex Urss, di cui diventa profondo conoscitore – e infine a Mediaset), che ha raccontato la sua recente (e non ancora ultimata) esperienza in Yakutia (Siberia orientale) sulle tracce dei gulag sovietici. Un tema – come noto – di grande interesse per i Liberali Piacentini, che stanno conducendo una grande operazione verità rispetto al fatto che i crimini del comunismo siano considerati uguali a quelli del nazionalsocialismo (concetto finalmente fatto proprio dal Parlamento europeo). L’Associazione Luigi Einaudi organizza da tre anni a questa parte viaggi per raccogliere testimonianze nelle lontane terre dove furono deportate milioni di persone dal regime sovietico (Kazakistan, Paesi Baltici e, quest’anno, la meta è già stata individuata in Berlino), promuovendo conferenze e mostre fotografiche per dare testimonianza delle atrocità compiute (di cui mai si parla, men che meno nelle scuole). Luigi De Biase affiderà invece a un documentario il racconto di quello che ha scoperto nella più estesa unità amministrativa del mondo, un territorio di 3 milioni di chilometri quadrati con un solo milione di abitanti e ricchissimo di materie prime, tra le quali oro, petrolio e gas naturale.
«E’ la prima volta – ha rivelato il giornalista al pubblico del Festival – che mostro parte di ciò che ho raccolto per la realizzazione di un documentario di 60 minuti che sarà pronto nella seconda metà del corrente anno. In queste terre inospitali, con temperature invernali che possono raggiungere i 70 gradi sotto zero d’inverno e i 40 d’estate, con un’escursione termica di 110 gradi, furono deportati ai tempi di Stalin centinaia di migliaia di prigionieri, rinchiusi nei campi di lavoro, impiegati nelle miniere e nella costruzione della cosiddetta strada delle ossa (così chiamata per l’alto numero di deportati che vi persero la vita, ndr), voluta dallo stesso Stalin». La scorsa estate l’inviato del TG5 – che parla correntemente il russo – si è recato nelle impervie zone della tundra accompagnato da un operatore russo e da un cacciatore del posto. Ha incontrato figli e nipoti dei prigionieri (polacchi, ucraini che hanno scelto di rimanere a vivere lì) e il popolo indigeno, mongoli che si sentono eredi di Gengis Khan. L’obiettivo, trovare traccia di un villaggio-gulag inghiottito dalla vegetazione della tundra. «Con l’aiuto di un drone abbiamo perlustrato un’ampia zona – ha raccontato De Biase – e trovato i resti di un villaggio dove vivevano centinaia di prigionieri. Questo è molto importante perché consente di ricostruire una parte di storia in collaborazione con i russi, che solo da 7-8 anni hanno iniziato a fare i conti con questo scomodo passato (a Mosca è stato realizzato un museo sui gulag finanziato da privati, ndr), anche se a livello sociale c’è ancora molta difficoltà ad affrontare l’argomento. Il cacciatore che ci ha accompagnato, per esempio, mi ha scongiurato di toglierlo dalle riprese video che entreranno nel documentario. I prigionieri vivevano la quotidianità in un luogo selvaggio, freddissimo d’inverno e caldissimo d’estate, con una quantità d’insetti insopportabile e inimmaginabile».
Al ritorno dall’avventurosa scoperta del campo di prigionia, il cacciatore locale ha affidato al giornalista piacentino un libro compilato nel 1944-1945 dal capo ingegnere che costruì il gulag, con le istruzioni sui sistemi di costruzione della struttura (alcune pagine sono state proiettate per la prima volta in pubblico). «Un documento eccezionale – ha spiegato il giornalista -, che apparteneva al servizio segreto precursore del Kgb e che ha cambiato l’impostazione del lavoro che sto facendo, dove il gulag ha assunto un’altra dimensione nel mio racconto. In quel libro si capisce che il regime schematizzava la manifattura dei villaggi-prigione. Ci sono i disegni delle baracche, che potevano ospitare fino a 20 persone e che sembravano di buona fattura, perché per propaganda si voleva dimostrare che i prigionieri erano trattati bene. E c’è il disegno della torre d’avvistamento, che nei gulag non mancava mai». Fra un paio di settimane Luigi De Biase tornerà in Yakutia per girare le riprese invernali del documentario, che verrà prodotto dalla Omnia, società di Piacenza, con il sostegno di alcuni imprenditori locali.

«La proprietà unico argine all’invasività dello Stato»
Prima giornata del Festival della libertà a Palazzo Galli ricca di spunti di riflessione

Ricca di spunti di riflessione la prima giornata della quarta edizione del Festival della cultura della libertà, in corso a Palazzo Galli per iniziativa dell’Associazione dei Liberali Piacentini (in collaborazione con Confedilizia, Il Foglio, il Giornale ed European students for liberty). Analizzando lo stato di salute (cattivo) del diritto di proprietà – tema di quest’anno – svuotato e indebolito da tasse, regole, espropri, è stato sottolineato che dove la proprietà latita tutto finisce nelle mani dei governanti, con una dannosa dilatazione dei poteri dello Stato e con il serio pericolo che nella società prevalga la legge del più forte.
Gli aironi stilizzati hanno cominciato a volare con i saluti di Corrado Sforza Fogliani. «Il nostro Festival – ha osservato – è liberale e libertario, né di destra né di sinistra, ma occasione di confronto per fornire soluzioni ai problemi che abbiano una loro logica. Non beneficia di contributi pubblici: siamo liberali e vogliamo anche qui a Piacenza dare l’esempio condividendo il principio che il denaro pubblico debba essere rispettato e destinato a ragioni di pubblica utilità. La proprietà – ha proseguito – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato. Viviamo questo Festival con lo spirito di passare due giorni a respirare aria fresca che ci depuri dalle miserie della situazione politica italiana».
Il direttore de il Giornale (new entry tra i partner dell’evento) Alessandro Sallusti si è rammaricato che a contendersi la vittoria delle elezioni siano due forze non liberali. «In Italia – ha spiegato – il vento del liberalismo non soffia. Piacenza, da questo punto di vista, è un’isola felice, ma siete una mosca bianca. La soluzione per invertire la tendenza nazionale ci sarebbe: clonare degli Sforza Fogliani». Sallusti ha poi espresso una preoccupazione: «Amazon, Facebook e persino lo Stato vogliono sapere tutto di noi per “venderci”. Queste piattaforme web sono dittature a cui stiamo regalando la nostra libertà in cambio di comodità. Dobbiamo chiederci, da liberali, come sia stato possibile non accorgersi di questo fenomeno e cercare di capire in che modo sottrarsi a questa perdita di libertà».
Il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, trattenuto a Roma da un impegno improvviso, ha mandato il suo saluto attraverso un video, nel quale si è detto «orgoglioso di essere, con Il Foglio, complice di un Festival che combatte il pensiero unico cialtronista e complottista».
LE SESSIONI
La I sessione – moderata dal giornalista Robert Gionelli – si è occupata della “Proprietà nella Costituzione italiana”. I giuristi Silvio Boccalatte, Michele Fiorini e Giuseppe Portonera hanno condiviso l’opinione che la proprietà non venga considerata dalla nostra Costituzione un diritto fondamentale della persona venendo tutt’al più tollerata.
A seguire il filosofo della politica Raimondo Cubeddu, presentato dal presidente dell’Associazione Liberali Antonino Coppolino, non ha avuto mezze misure nell’affrontare il tema “Proprietà e libertà”, sostenendo che il tutto va ripensato partendo dal fatto che né la politica né tanto meno la Costituzione devono occuparsi del diritto di proprietà: «E’ una follia – ha sentenziato – perché la progettualità della politica è morta».
Nel pomeriggio, la sessione II ha affrontato la delicata questione della “Proprietà di sé tra biopolitica e questioni morali”, con i sociologi Sergio Belardinelli (che ha stigmatizzato la leggerezza con la quale si affrontano problematiche come il fine vita) e Pio Marconi (si è dichiarato non pessimista, in quanto sta vedendo avanzare una nuova attenzione per l’individuo) e con Daniele Capezzone, giornalista de La Verità, che si è proclamato tifoso del modello anglosassone del Common law, con il diritto che si curva su ogni caso concreto.
L’urbanista Stefano Moroni, il giovane economista svizzero Paolo Pamini e il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa si sono invece confrontati su “Proprietà e comunità: il ruolo dei beni condivisi” (entrambe le sessioni sono state coordinate dal giornalista Emanuele Galba). Il prof. Moroni ha proposto la soluzione delle comunità contrattuali: gruppi di persone che condividono alcuni interessi accettando regole di comportamento (tre le tipologie: comunità contrattuali di proprietari, di affittuari e di comproprietari) e che potrebbero ottenere agevolazioni fiscali perché in grado di autofornirsi di alcuni servizi come lo sgombero della neve, trattare spazzatura, produrre localmente energia da fonti rinnovabili. Il dott. Pamini ha rivalutato l’esperienza storica delle comunità che sono state capaci di autogestirsi: una forma di convivenza destinata a svilupparsi, stante il collasso della finanza pubblica. L’avv. Spaziani Testa ha lamentato le ripetute violazioni del diritto di proprietà, citando esempi concreti come le locazioni passive, gli affitti brevi, le occupazioni abusive.
Contemporaneamente in Sala Verdi si sono svolte altre due sessioni condotte dal giornalista Mauro Molinaroli: la IV (“L’attualità di John Locke, Frédéric Bastiat, Ayn Rand e Murray N. Rothbard”, con Roberta Modugno, storica delle dottrine politiche; Carlo Lottieri, filosofo del diritto e direttore del Festival; Stefano Magni, giornalista, Paolo Zanotto, imprenditore e storico delle dottrine politiche) e la V (“Di chi devono essere le scuole? Il sistema educativo tra Stato, comunità e famiglie”, con suor Anna Monia Alfieri, religiosa e specialista in sistemi formativi; Paolo Luca Bernardini, storico; Andrea Favaro, filosofo del diritto).
A tutti i relatori, in ricordo della loro partecipazione al Festival, è stata donata una pubblicazione della Banca di Piacenza.

Foto alessandro Bersani

GENNARO SANGIULIANO ALLA CENA DEI LIBERALI
«I CORPI INTERMEDI SONO LA CINGHIA DI TRASMISSIONE DELLA SOCIETA’»

«Quando mi si domanda come la penso politicamente non mi rifugio mai nella frase, tanto cara agli ipocriti, che sono super partes. Mi considero un liberal-conservatore. Una parola, quest’ultima, mal digerita dal nostro lessico. Dovete sapere che deriva dall’antichissima lingua indoeuropea ed indicava, nelle tribù nomadi, coloro che erano di guardia al fuoco, tenuto acceso per tenere lontano gli animali selvatici. Il fuoco rappresenta i valori. Quindi un conservatore è un custode di valori, primo fra tutti la libertà, il primo dei beni che ci viene donato come diritto naturale. La nascita dello Stato moderno nel ‘600, infatti, si è resa necessaria per darsi una forma di organizzazione sociale, ma si dimentica che i diritti naturali sono anteriori a quelli dello Stato, che essendo smemorato opprime le libertà individuali. L’autore a me più caro è Alexis de Tocqueville, che sottolineava il grande valore dei corpi intermedi. Bene, noi siamo i corpi intermedi, cinghia di trasmissione senza la quale la società non va da nessuna parte».

Così Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2 Rai, si è rivolto ai commensali che hanno gremito il salone del ristorante Olympia di Niviano, dove si è tenuta la tradizionale cena dei Liberali Piacentini, che il giornalista ha ringraziato, in particolare nella persona di Corrado Sforza Fogliani, per l’invito ricevuto, sia alla serata conviviale sia, nel tardo pomeriggio, all’incontro a Palazzo Galli dove è stato presentato il suo ultimo libro sul leader cinese Xi Jinping.

La serata era stata aperta dal presidente dell’Associazione Antonino Coppolino; prima di iniziare la cena è stato osservato un minuto di silenzio in memoria del socio Bruno Ferrari, mancato nei giorni scorsi. Tra i presenti numerosi sindaci e amministratori pubblici della provincia, il vicesindaco di Piacenza Elena Baio e alcuni candidati alle elezioni regionali di domenica 26 gennaio: Fabio Callori, Gianfranco Tagliaferri e Gloria Zanardi (Fratelli d’Italia), Valentina Stragliati della Lega, Leonardo Bersani, Marcello Minari, Simona Traversone e Maria Rosa Zilli (Forza Italia).

«La crescita economica passa da quella culturale»
Davide Giacalone ha presentato il suo ultimo libro
all’Associazione dei Liberali Piacentini:
la ricchezza è aumentata ma viene indirizzata al patrimonio
e non alla produzione. Smettiamola di prenderci in giro

«Le ricette per far uscire il nostro Paese da una crisi, economica ma anche di valori, dalla quale altri si sono già rialzati, sono anche abbastanza semplici, ma per poterle applicare dobbiamo smetterla di prenderci in giro sulla nostra condizione e renderci conto che c’è una parte d’Italia che funziona e che va imitata. Se continuiamo con certi atteggiamenti ci si immiserisce e la povertà culturale è assai più devastante di quella economica». Le ricette di cui parla il giornalista e scrittore Davide Giacalone sono contenute nel suo ultimo libro “LeALI ALL’ITALIA” (Rubbettino editore), presentato dall’autore nella sede dei Liberali Piacentini Luigi Einaudi, in dialogo con il presidente dell’Associazione Antonino Coppolino.
Giacalone – che si è detto più preoccupato della uniformità dei politici che delle loro divisioni, spesso solo apparenti – ha evidenziato alcuni settori che non funzionano: la Scuola («Il 40 per cento degli studenti alla soglia della maturità ha difficoltà a comprendere un testo con un minimo grado di complessità; questo è il fallimento totale di un sistema scolastico che assume insegnanti pescando nelle graduatorie persone che 10 anni fa non hanno passato il concorso o, ancora peggio, che il concorso non lo hanno neanche fatto. Quando ero ragazzo prendere un brutto voto voleva dire avere problemi a casa e finire in punizione; oggi di fronte ad una grave insufficienza scatta la protesta dei genitori nei confronti dell’insegnante»); la Giustizia («Non funziona e la riforma della prescrizione è aberrante»); la Pubblica amministrazione («La digitalizzazione risolverebbe molte inefficienze, ma va fatta seriamente. Il vero problema è l’assenza di responsabilità, che fa diventare il potere solo abuso»).
Il giornalista è poi andato decisamente controcorrente rispetto a quello che si vuol far credere all’opinione pubblica, e cioè che è aumentata la povertà. «Non siamo mai stati così ricchi, così sani e così longevi: non si può dire?», si è domandato polemicamente Giacalone, che ha rafforzato la sua affermazione con un dato: nel 1970 il patrimonio di ognuno era pari a 3 volte il reddito annuo, come la Germania; oggi i tedeschi sono a quota 6 volte, noi a 8,6. Il vero problema è che abbiamo spostato tutta la ricchezza a patrimonio a scapito della produzione («E’ quantomeno bislacco pensare che mettendo denari nelle tasche delle persone che non producono faccio il bene dell’economia del Paese. Creo solo consumi poveri corrompendo il mercato e tolgo risorse all’Italia che produce e dichiara. Le persone in difficoltà si aiutano creando le condizioni per levarle dalla situazione di svantaggio, magari attraverso il lavoro»).
«L’Italia – ha proseguito l’illustre ospite dei Liberali Piacentini – ha subito un involgarimento collettivo e non è solo un problema di classe politica, ma di cultura. Siamo noi stessi ad aver creato questa realtà e nostra è la responsabilità se abbiamo la classe dirigente peggiore della nostra storia». Davide Giacalone ha quindi portato un esempio concreto dei nostri atteggiamenti sbagliati: «Eravamo il Paese più prolifico d’Europa – ha spiegato – e oggi siamo in fondo alla classifica. Alla domanda “perché non si fanno più figli” le risposte sono sempre le stesse: incertezza economica, mancanza di un lavoro fisso, la banca che non mi concede il mutuo. Poi uno va a vedere i dati e scopre che spendiamo 835 milioni di euro l’anno per la prima infanzia, mentre sono due miliardi e 600 milioni gli euro spesi per gli animali domestici. La miseria non c’è e chi lo dice mente a se stesso. Abbiamo elementi di forza straordinari – ha concluso Giacalone –  ma non possiamo continuare a piangerci addosso. Cresciamo culturalmente e usciremo dalla crisi».
Foto Alessandro Bersani