PER NON DIMENTICARE – All’Associazione liberali incontro sullo studente Ceco
che si diede fuoco contro l’invasione sovietica

IL SACRIFICIO DI JAN PALACH IN DIFESA DELLA LIBERTA’
ESEMPIO PER I GIOVANI D’OGGI DEL TUTTO PRIVI DI IDEALI

I giovani d’oggi sarebbero disposti a morire per la libertà? Probabilmente no, per due motivi: perché non hanno ideali e perché non sanno cosa significhi non averla, la libertà. Questa una delle riflessioni stimolate dall’interessante e partecipata conferenza (presenti, tra gli altri, il consigliere regionale Giancarlo Tagliaferri e l’assessore alla Cultura del Comune di Piacenza Jonathan Papamarenghi e il consigliere comunale Antonio Levoni) che si è tenuta all’Associazione dei liberali piacentini Luigi Einaudi: un incontro per ricordare Jan Palach a cinquant’anni dal suo tragico gesto contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, che soffocò nel sangue la Primavera di Praga (nel gennaio del 1968 Dubcek venne eletto segretario del Partito comunista cecoslovacco e iniziò un periodo di tentato riformismo represso dall’intervento dei tank russi). Dopo Ferdinando Bergamaschi che aveva trattato settimana scorsa della figura di Solzenicyn, un altro giovane – Gianmarco Maiavacca, presentato dal presidente dell’Associazione Antonino Coppolino – ha rievocato un altro personaggio che ha lottato contro le atrocità del comunismo e proprio per questo è stato maltrattato dalla storia, per troppi anni raccontata a senso unico. «Come liberali – ha sostenuto il relatore – non dobbiamo tacere su cose non dette a livello nazionale. Non c’è solo l’Olocausto ma anche l’altra faccia della medaglia, il regime sovietico. Abbiamo allora il dovere di far presente che c’è un’altra storia, un’altra verità».

L’avv. Maiavacca ha sottolineato come anche oggi Palach rappresenti «un simbolo di dignità e libertà per i popoli», rilevando che «per lungo tempo si è evitato, in Italia, di commemorarlo per non creare imbarazzo al Pci».

Ma chi era Jan Palach? «Uno studente di filosofia e lettere a Praga – ha ricordato Gianmarco Maiavacca -, nato nel 1948 da un padre anticomunista che gli trasmise la passione per la storia, la letteratura e gli insegnò l’importanza della coerenza morale. Durante la sua breve vita abbracciò tutte le riforme della Primavera di Praga». Grande fu la sua delusione per il ritorno del regime, ancor più repressivo di prima e accettato passivamente. Il 16 gennaio del 1969 il tragico gesto che fermò la storia: Palach si diede fuoco, non ancora 21enne, in piazza San Venceslao davanti ai carri armati sovietici per risvegliare il suo Paese dalla rassegnazione per l’occupazione. Morì tre giorni dopo. «Non fu un suicidio come vollero far credere in un primo tempo – ha spiegato l’oratore – ma un gesto di protesta, premeditato, contro il regime sovietico e contro la mancanza di voglia di sviluppo della sua Patria. Un gesto che non fu vano: la caduta del muro di Berlino, vent’anni dopo, lo dimostra». Nel compiere il suo gesto estremo Palach fu lucido, proteggendo dal fuoco i suoi appunti e articoli che ripose in una borsa a tracolla che affidò a un tranviere che provò a soccorrerlo: “Non pensare a me – gli disse – prendi la borsa con i miei documenti e lasciami morire per la libertà: tutti devono sapere perché ho fatto questo”. In quella borsa c’era una lettera di Palach, distribuita ai presenti: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. Palach non fu l’unico a darsi fuoco in nome della libertà. Prima di lui Ryszard Slwiec a Varsavia, l’8 settembre 1968 e Vasyl Makuch a Kiev, il 5 novembre 1968; dopo di lui furono altre dieci i dissidenti dell’Est che diventarono torce umane. «Al suo funerale – ha proseguito l’avv. Maiavacca – parteciparono 600mila persone e Praga fu per un giorno in mano agli studenti: il potere della volontà di tutti per cambiare il corso della storia; una cosa che servirebbe anche oggi. Fu una pagina indimenticabile, eppure volutamente dimenticata. Palach – ha ribadito il relatore – morì per la sua nazione, per difenderne i confini dai carri armati. E i carri armati di oggi sono le procedure d’infrazione dell’Unione europea».
Gianmarco Maiavacca ha concluso la sua brillante trattazione citando una significativa frase: “Onore a Jan Palach, simbolo vivente, e morente, di un amore bruciante per la libertà e per la dignità dei popoli”.
Nel dibattito che è seguito, particolarmente significativa la testimonianza di Luigi Carini, che negli anni Sessanta frequentava i Paesi dell’Est, dove si era fatto tanti amici. «C’era in loro una fede per la patria e consideravano la morte quasi un dovere in nome della sua difesa – ha raccontato Carini – . Erano persone di cultura, parlavano 4-5 lingue e mi chiedevano di portagli i giornali perché non sapevano che cosa succedeva. La Polizia era ovunque. C’era un clima terribile, la gente spariva improvvisamente. Un giorno domandai come mai erano tutti vestiti di grigio. Se qualcuno si veste con colori sgargianti, mi fu risposto, viene subito segnalato perché considerato uno spirito ribelle».

                                                                                                   Emanuele Galba

10 febbraio, “Giorno del ricordo” per le vittime delle foibe

L’Associazione dei Liberali Piacentini Luigi Einaudi commemora il “Giorno del ricordo”, che si celebra il 10 febbraio di ogni anno, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, che vuole conservare e rinnovare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale”, caduta per troppi anni in un inaccettabile e colpevole silenzio. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell’Italia, in seguito all’avanzata dell’esercito di Tito.

PER NON DIMENTICARE – All’Associazione liberali incontro sullo scrittore russo
a 100 anni dalla nascita e a 10 dalla morte

SOLZENICYN, IL NAZIONALISTA CRISTIANO CHE PER PRIMO
HA RIVELATO AL MONDO LA BRUTALITA’ DEI GULAG SOVIETICI

 

Per non dimenticare: le vittime del nazionalsocialismo, certo, ma anche quelle del comunismo che hanno lo stesso diritto di essere ricordate, in particolare se si è fatto di tutto per occultarle alla storia. Il primo a rivelare al mondo la brutalità dei gulag sovietici è stato Aleksandr Solzenicyn: ed è dello scrittore russo – a 100 anni dalla nascita e a 10 dalla morte – che si è parlato all’Associazione dei liberali piacentini Luigi Einaudi, nel corso di una conferenza tenuta nella sede di via Cittadella da Ferdinando Bergamaschi, presentato dal presidente dell’Associazione Antonino Coppolino.
Pur vivendo in condizioni economiche disagiate, Solzenicyn nel 1941 si laurea in matematica e nello stesso anno si arruola volontario nell’Armata Rossa. Nel febbraio del 1945 viene intercettata una sua lettera nella quale criticava violentemente Stalin. Viene quindi arrestato e condannato a 8 anni di campo di concentramento e al confino a vita. «Inizia per lui – ha ricordato il relatore – il pellegrinaggio da un gulag all’altro, nel corso del quale raccoglie un’enorme quantità di appunti sugli orrori dei campi. Dopo il 1953, morto Stalin, gli viene diagnosticato un tumore incurabile ed è internato in un ospedale militare della Russia orientale. Nonostante non avesse più nulla, non si perse d’animo, si curò da solo e sconfisse la malattia. Quell’esperienza lo cambiò: disse di aver sperimentato un amore mistico per la Russia, un forte sentimento nazionalista e cristiano». Solzenicyn vuole portare all’attenzione il fenomeno dei gulag che nessuno conosceva. Nel 1961 la rivista Novyj Mar pubblica “Una giornata di Ivan Donissovic”, il primo capolavoro dello scrittore russo. Il romanzo è un terribile atto d’accusa contro i lager staliniani e contro tutti coloro che vogliono soffocare la libertà dell’uomo. In seguito scrive altri due romanzi (“Divisione cancro” e “Arcipelago Gulag”) iniziando la lotta contro il sistema. «Solzenicyn – ha spiegato Ferdinando Bergamaschi – prende di petto il materialismo marxista, ma critica anche quello capitalista considerandoli due facce della stessa medaglia. Nonostante fosse osteggiato, non ha mai espresso il desiderio di lasciare il Paese, pensando che fosse più salutare per la sua anima soffrire in Russia piuttosto che approfittare del benessere dell’Occidente».
Nel 1970 è insignito del Nobel per la letteratura e nel 1974 viene espulso dalla Russia. Con la seconda moglie e i tre figli si stabilisce negli Stati Uniti (avrà una cattedra di matematica nel Vermont). Nel 1994 torna in patria, ma solo nel 2000 si riconcilierà con il suo amato Paese incontrando il presidente Putin. «L’attualità di Solzenicyn – ha concluso Bergamaschi – sta nel suo messaggio profondamente spirituale e antimaterialista. Putin lo ha definito l’archetipo del patriota russo del ‘900. In un discorso del giugno 1978 ad Harvard sbalordì l’uditorio parlando, nel definire l’Occidente, di “declino del coraggio”, di “mancanza di coraggio morale e spirituale”, di “totalitarismo soft dove regna la retorica della libertà, dei diritti civili, del pensiero unico”.  Solzenicyn considerava invece l’uomo russo coraggioso e amava la sua patria. Lo dimostra questa sua frase: “Vivo per lei, ascolto solo il suo dolore, parlo soltanto di lei”».
Nel dibattito che è seguito Carlo Giarelli ha definito Solzenicyn «un uomo libero, un Cajkovskij della letteratura». Francesco Mastrantonio ne ha sottolineato le grandi doti di scrittore citando, tra le sue opere, “La quercia e il vitello”. Pietro Coppelli ha ripreso il concetto del declino del coraggio da parte dei popoli europei, coraggio che «anche oggi non hanno più». A parere di Corrado Sforza Fogliani, per spiegare la figura di Solzenicyn «non si deve dimenticare che apparteneva a un popolo, quello russo, fortemente nazionalista e che non ha mai conosciuto neanche uno scampolo di democrazia, né periodi come il medioevo, dove c’era il pluralismo degli ordinamenti giuridici. I suoi giudizi sull’Occidente si spiegano con la sua provenienza: anche nella Russia attuale si tramanda una mentalità fortemente nazionalista che caratterizza un popolo che ha conosciuto solo regimi. Oggi c’è la volontà di impossessarsi di alcune figure che hanno inciso nella vita dei russi, accompagnata da un tentativo di annullare il ricordo dei gulag, una sorta di negazionismo che vuole nascondere il passato».

                                                                                                                                      Emanuele Galba